Giorgio Arfaras è un intellettuale fuori dal coro. Non è stato docente universitario, non è nato in Italia. E un Italiano nato in Egitto che si è formato in Italia prima nell’industria e poi nella finanza, guarda ai fatti Italiani con il dovuto distacco intellettuale e recentemente ha cominciato a pubblicare libri oltre a scrivere sul Foglio. Di questo libro consiglio la lettura del capitolo 5, “Il Belpaese alla prova della Modernità”, che condensa in poche pagine la storia economica e politica dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Il boom economico degli anni 50 e 60 era secondo l’autore una cosa dovuta, per nulla straordinaria, risultato dalla presenza di manodopera, capitali ed urbanizzazione in una nazione che si trovava in condizioni di sottosviluppo. Tutto bene fino alla fine degli anni 70, quando l’Italia entra nello SME e si interrompe la valcola di sfogo chiamata inflazione, ma i politici sembrano far finta di non saperlo. Il paese continua a spendere, e spende per tutti gli anni 80 fino a quando crolla il muro e si arriva al crollo della Lira nel Mercoledì nero del 92. Afraras prova anche a dare anche un’interessante spiegazione del perché in Italia in quegli anni si spendesse come se non ci fosse un domani. Le spese senza copertura, dice l’autore, erano consentite perché nel paese non esisteva un’alternativa politica alla Democrazia Cristiana, il PCI non poteva e non doveva andare a governo.
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